L’Arabia Saudita nel mirino a stelle e strisce
By Josh Pollack
Traduzione di Mario Baccianini
Fra Washington e Riad i rapporti non sono mai stati così freddi. All’origine di tutto, la presenza dei soldati americani sul sacro suolo islamico. Dopo l’eventuale vittoria contro Saddam, i militari Usa se ne andranno dalla penisola arabica?
1. Nel corso degli ultimi dodici mesi, mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulla "guerra globale contro il terrorismo" e ci si chiedeva se gli Stati Uniti avrebbero attaccato l’Iraq, i rapporti dell’America con l’Arabia Saudita, uno dei suoi principali alleati nel Medio Oriente, sono divenuti sempre più tesi. Le pressioni esercitate da Washington per l’uso del territorio, delle basi e dello spazio aereo sauditi, sono diventate una fonte persistente di turbamento e di difficoltà per i leader sauditi, i quali temono che la collaborazione con gli americani contro l’Iraq potrebbe danneggiare la monarchia e compromettere i suoi rapporti con la popolazione, specialmente durante il conflitto in corso fra israeliani e palestinesi. La presenza di aerei da guerra inglesi e americani sul loro territorio è diventata ormai da tempo un fattore d’irritazione, che mina la loro legittimità anche se aiuta a contenere l’Iraq, contribuendo in tal modo alla sicurezza del paese.
Fra la classe dirigente saudita comincia inoltre a diffondersi il timore che una vittoria americana sull’Iraq potrebbe rappresentare un pericolo. Ambienti conservatori vicini al vicepresidente Dick Cheney e al ministro della Difesa Donald Rumsfeld, o abbastanza allineati con le loro prese di posizione pubbliche, vedono oggi l’Arabia Saudita come un’incubatrice del terrorismo e una minaccia per i valori americani. Secondo questa scuola di pensiero, la sconfitta di Saddam Hussein sarebbe soltanto il primo passo verso un riassetto dell’intero Medio Oriente in conformità ai disegni dell’America.
La mancanza di cooperazione da parte di Riyadh ha complicato la guerra degli Stati Uniti contro l’Afghanistan, e sta creando nervosismo fra i pianificatori del conflitto previsto con l’Iraq. L’impossibilità di lanciare un attacco da terra dall’Arabia Saudita restringerebbe considerevolmente le opzioni degli americani, già costretti a ipotizzare alternative, molto costose, di fronte alla prospettiva di essere esclusi dalle basi aeree saudite e da un centro di comando d’importanza chiave. Se poi venisse negato loro anche l’accesso allo spazio aereo, la capacità di organizzare un’efficace campagna contro l’Iraq sarebbe seriamente compromessa. Queste eventualità hanno ulteriormente accresciuto la sfiducia di Washington verso Riyadh, alimentando a loro volta i più inquietanti sospetti dei sauditi verso gli americani.
Per giustificare il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, l’amministrazione Bush ha cercato di dimostrare il collegamento del dittatore iracheno con gli attentati dell’11 settembre, e più in generale con la rete terroristica di al-Qa’ida. Ma non ha spiegato che il motivo principale che lega l’Iraq ad Al Qaeda, non necessariamente come alleati, ma come percezione comune di un problema, è proprio la presenza, malvista dalla maggior parte degli arabi e denunciata con vigore da quest’organizzazione terroristica, di forze americane sul territorio saudita allo scopo di contenere la potenza militare di Baghdad.
Nella sua "Dichiarazione di guerra" contro l’America e la famiglia reale saudita, del 1996, Osama bin Laden ha proclamato che l’offesa più grave è per lui "l’occupazione dei due Luoghi Santi [La Mecca e Medina, n.d.r.] - le fondamenta della casa dell’islam, il luogo della rivelazione, la fonte del messaggio e il sito della nobile Kaba, la qibla (direzione della preghiera) di tutti i musulmani – dagli eserciti dei crociati americani e dei loro alleati". Secondo il leader di al-Qa’ida, la famiglia reale saudita ha perduto il diritto di governare per la sua incapacità di rispettare la giusta legge islamica della sharia e di difendere il paese senza il sostegno degli "eserciti crociati americani", alla cui presenza egli ha attribuito i problemi economici del regno a partire dalla guerra del Golfo. Sulla stessa falsariga, nel proclamare il jihad, durante il febbraio del 1998, al-Qa’ida paragonava le forze americane schierate in difesa del regno saudita a locuste voraci, definendole truppe di occupazione straniere, che ne "sfruttano le ricchezze, dettano legge ai suoi governanti, umiliano il popolo, terrorizzano i paesi limitrofi, e usano le loro basi nella penisola come testa di ponte per combattere contro le popolazioni islamiche circostanti". Nella sua politica di "aggressione contro l’Iraq", l’America sfruttava la penisola come "avamposto", senza tener conto della volontà del suo "inerme" governo. Bin Laden accusava inoltre gli Usa per il sostegno fornito a Israele denunciando "l’occupazione di Gerusalemme e le stragi dei musulmani che vi abitano", e aggiungeva che la famiglia reale saudita era acquiescente verso tutto questo.
Sebbene lo sceicco non rappresenti una larga parte della società saudita, le sue dichiarazioni prendono di petto questioni della massima risonanza, alle quali il regime è ipersensibile. Sotto questo profilo, le sue vedute sono simili a quelle di altri movimenti d’opposizione islamici sorti nella penisola. Sin dal formarsi della coalizione di forze che ha preceduto la guerra del Golfo, questa strategia ha ottenuto un certo successo, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre. Come ha dichiarato recentemente il vice ministro per gli Affari islamici a un giornalista occidentale: "Alcuni ammirano bin Laden, ma non perché lo amano, bensì per odio verso gli Stati Uniti".
Lo stanziamento di forze americane nella penisola arabica ha posto un problema delicato fin dall’inizio. Già dai primi anni Sessanta, nonostante le minacce dell’Egitto e dell’Iran, la presenza militare permanente degli Usa era stata limitata a missioni di addestramento su scala ridotta. I sauditi preferivano tenere discretamente "a distanza" l’assistenza americana. Ma dopo l’invasione irachena del Kuwait, il 2 agosto del 1990, Washington riconobbe che la situazione esigeva un’immediata risposta ad ampio raggio, e dovette affrontare le preoccupazioni della famiglia reale circa la propria sovranità e legittimità. Il 6 agosto, un’alta rappresentanza americana guidata dall’allora ministro della Difesa, Dick Cheney, espose a re Fahd e ai suoi consiglieri a Riyadh, il piano di mobilitazione di uomini e mezzi in territorio saudita. La tensione che si creò è testimoniata da un resoconto ufficiale: "Passato il pericolo, le nostre truppe torneranno a casa", dichiarò Cheney, in presenza dell’ambasciatore Bandar bin Sultan, che faceva da interprete. Il principe ereditario Abdullah, disse allora sospirando, in arabo: ‘Lo spero proprio’. Ma bin Sultan non tradusse queste parole".
Nonostante la promessa di Cheney, le forze occidentali rimasero nella penisola dopo la liberazione del Kuwait, con crescente sconforto dei sauditi, anche in assenza di qualsiasi accordo formale sul loro status. Non solo, ma la loro presenza venne motivata in via informale con la necessità del "duplice contenimento" dell’Iran e dell’Iraq. Il divieto d’accesso allo spazio aereo nel Sud dell’Iraq, imposto dall’aviazione militare inglese e americana, con i frequenti scontri a fuoco con le contraeree di Saddam Hussein, è diventato così una fonte di continua tensione.
Gli alleati occidentali hanno inteso la loro missione come una protezione della penisola (e dei suoi campi petroliferi) dalla minaccia irachena, mentre i governanti sauditi hanno preferito definirla un’applicazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu dopo la guerra del Golfo. Quest’ultima giustificazione ha il pregio d’essere più nobile e meno umiliante, e di far apparire l’Arabia Saudita come un paese illuminato che contribuisce volontariamente alla legittima difesa della sicurezza internazionale, anziché come un alleato minore preoccupato della propria sovranità, o peggio ancora, come un passivo ostaggio economico e territoriale nello scontro con Saddam Hussein, il sedicente campione della causa araba.
Vale la pena di citare qui per esteso il resoconto di un recente evento che ben illustra il carattere problematico della presenza di truppe non arabe né musulmane sul territorio saudita:
"Il principe Sultan bin Abd al-Aziz, ministro della Difesa saudita, ha dichiarato, nel corso di un pranzo da lui organizzato venerdì scorso in onore dei cittadini di al-Qasim, che non vi è alcun patto militare fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita né con qualsiasi altro paese europeo. E ha aggiunto che non accetteremo la permanenza anche di un solo soldato nel nostro paese per combattere contro gli arabi e i musulmani. Sua Altezza ha detto inoltre che abbiamo chiesto l’intervento di altre forze quando un paese arabo ha occupato un altro paese arabo. Ma una volta risolto il problema con la restituzione del Kuwait al suo popolo, tutte le truppe si sarebbero ritirate, e sul nostro suolo sarebbero rimasti soltanto militari sauditi. Sua Altezza ha precisato altresì che più di 6mila soldati che avevano preso parte alla guerra per la liberazione del Kuwait avevano abbracciato l’islam, soprattutto ad al-Qasim, e noi li abbiamo aiutati a compiere il pellegrinaggio prima che lasciassero il paese. Molti di essi sono inglesi,americani e russi e noi ringraziamo Dio per questa benedizione. La monarchia saudita, come ha sottolineato Sua Altezza, non risponderà alle indiscrezioni e agli articoli di stampa tendenziosi, ma cercherà di servire Dio, il nostro popolo e il nostro paese, e voi dovrete servire Dio, la vostra famiglia e i vostri capi. "
L’irritazione provocata dalla presenza americana divenne più che mai evidente nel novembre del 1995, quando sette stranieri, tra i quali cinque istruttori americani del centro di addestramento della Guardia nazionale saudita di Riyadh rimasero uccisi. Un’altra bomba esplose negli alloggi del personale delle Torri di Khobar, a Dhahran, nel giugno del 1996, uccidendo 19 militari dell’aviazione americana. Come misura difensiva, le forze inglesi e statunitensi vennero concentrate in pochi siti meno accessibili e visibili, specialmente nella Prince Sultan Air Base, nella regione desertica a sud di Riyadh. Secondo bin Laden, il più tonitruante degli oppositori del regime, gli attentati erano soltanto "un preannuncio di questa eruzione vulcanica che sgorga dalla dura oppressione, dalle sofferenze, dall’eccesso di iniquità, dall’umiliazione e dalla povertà". In seguito, i sauditi imposero restrizioni alle operazioni degli alleati, vietando l’uso delle loro basi contro obiettivi iracheni nei momenti di tensione.
L’impiego di queste basi da parte degli americani tornò ad essere un problema scottante dopo l’avvento dell’amministrazione Bush, nel gennaio del 2001. Il mese successivo, gli alleati organizzarono un’ampia incursione aerea dalla base di Prince Sultan contro le difese antiaeree intorno a Baghdad, senza preavvertire il governo saudita. E subito dopo una conferenza stampa speciale del Pentagono che annunciava l’attacco spiegandone le ragione, Bush minimizzò l’importanza dell’evento, definendolo di normale "routine". In seguito a quest’episodio, i sauditi imposero di nuovo restrizioni alle operazioni dell’aviazione alleata a partire da questa base, vietando loro di compiere qualsiasi altra missione offensiva contro l’Iraq.
In giugno, il principe Nayif bin Abd al-Aziz, allora ministro dell’Interno, ribadì ancora una volta la volontà del governo saudita di affermare la sua esclusiva sovranità sulle decisioni relative alla permanenza di forze straniere sul territorio nazionale, opponendosi all’estradizione dei sospetti dell’attentato delle Torri di Khobar: "[Nessuna] altra autorità ha il diritto di investigare su qualsiasi crimine commesso in Arabia Saudita". Ma per Washington, la collaborazione volta a far rispettare la legge dopo gli attacchi di Riyadh e di Dhahran era sempre stata troppo limitata.
Né si può dire che l’Arabia Saudita si fosse impegnata più di tanto nella prima fase della caccia ai terroristi internazionali da parte degli americani. Nel 1996, quando questi ultimi riuscirono a persuadere il governo sudanese a espellere bin Laden, Riyadh declinò la richiesta della sua estradizione. Lo sceicco poté così raggiungere, senza intralci, l’Afghanistan, dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita avevano sostenuto la rivolta antisovietica dei mujahidin negli anni Ottanta, quand’egli cominciò a conquistarsi una fama come sostenitore di questo movimento.
Solo dopo gli attentati simultanei contro le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, nell’agosto del 1998, Riyadh e Washington fecero seri tentativi, anche se non necessariamente coordinati, di premere sul regime afghano dei taliban per ottenere la consegna di bin Laden dietro compenso. E i sauditi continuarono a esercitarle anche dopo che gli americani si erano stancati, rinunciandovi pure loro quando videro che erano infruttuose, in seguito al lancio di missili Cruise dalle navi da guerra degli Stati Uniti nell’Oceano Indiano, che non riuscirono a eliminare il leader terrorista.
La presenza dell’aviazione americana è stata ancor più difficile da sostenere per Riyadh dopo l’inasprimento del conflitto fra israeliani e palestinesi nel settembre del 2000. Infervorate dalle immagini, trasmesse via satellite, delle azioni militari contro questi ultimi, le masse di giovani sauditi covarono risentimenti anche contro l’America, ampiamente percepita come sostenitrice di Israele, e verso i legami con Washington dei loro governanti.
Gli americani si ritrovarono così stretti fra l’insistenza del governo di Gerusalemme sulla necessità di difendere i propri cittadini dagli attacchi terroristici, e le pressioni di Riyadh che li spingevano a opporsi energicamente all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Nel corso di un’intervista, un principe altolocato ha dichiarato che la "reputazione degli Stati Uniti nella regione araba è scesa a zero", aggiungendo che "questa forte ostilità pregiudiziale rende molto difficile la situazione per i loro alleati". Sperando evidentemente di segnare una distanza rispetto a Washington, i sauditi hanno stanziato 225 milioni di dollari di aiuti all’Autorità nazionale palestinese nell’aprile del 2001. E il conflitto in corso ha rischiato di mettere a repentaglio la cooperazione militare con gli Usa e il buon andamento delle relazioni con l’America in generale.
3. Con gran costernazione di Riyadh, dopo l’11 settembre gli americani hanno cominciato a guardare la situazione di Isreale con maggior simpatia, se non con compartecipazione. Nel nuovo programma dell’amministrazione Bush, la "guerra globale contro il terrorismo" è stata posta in cima a molti altri obiettivi, compresa la soluzione del conflitto del Medio Oriente. Sperando di modificarla, Abdullah ha presentato una sua proposta di pace a un vertice Lega Araba verso la fine di marzo di quest’anno, accennandola pubblicamente fin dallo scorso giugno. Ed ha infine accettato un invito a far visita a Bush nel suo ranch del Texas, dopo averne parlato col vicepresidente, Dick Cheney, durante il suo viaggio nelle capitali del Medio Oriente a metà marzo. Chiaramente determinato a raccogliere sostegni a un nuovo sforzo bellico contro l’Iraq, Cheney è tornato col messaggio che era necessario prima qualche progresso sul fronte del conflitto israeliano-palestinese.
I devastanti attacchi terroristici dell’11 settembre ad opera di un gruppo di 19 arabi, fra i quali 15 sauditi, fedeli a Osama bin Laden, hanno rimescolato le carte della politica regionale, assestando un duro colpo alle relazioni fra gli Usa e l’Arabia Saudita. Le reazioni immediate dell’opinione pubblica di quest’ultima, come di altri paesi arabi, sono state contrassegnate anche da manifestazioni di esultanza. Improvvisamente sulla difensiva, i sauditi hanno cercato subito di stabilizzare i prezzi del petrolio, poi hanno rotto i rapporti con i taliban mentre gli Stati Uniti si preparavano a entrare in guerra contro l’Afghanistan. Da quel momento, la polizia saudita ha cominciato ad arrestare anche presunti terroristi al’interno del paese, fra i quali un sudanese sospettato di aver lanciato un missile terra-aria contro un aereo americano della Prince Sultan Air Base.
Ciò nonostante, l’idea che aerei da combattimento americani potessero attaccare uno Stato arabo o musulmano a partire dal territorio saudita rimaneva profondamente inquietante per Riyadh. Con grande allarme e preoccupazione dei sauditi, l’ipotesi di una guerra contro l’Iraq cominciò ad affiorare nei consigli di guerra del presidente americano fin dalla prima settimana successiva agli attentati dell’11 settembre. E la loro risposta fu, come in precedenza, quella di ridurre l’ampiezza e la visibilità dello sforzo bellico americano sul loro territorio. I portavoce della corona esclusero attacchi contro qualsiasi altro paese arabo (ovvero l’Iraq) lanciati dal loro paese, e fecero capire subito che qualsiasi richiesta americana di organizzare operazioni contro l’Afghanistan a partire dalle loro basi non sarebbe stata gradita. Alti funzionari del governo di Washington, che non volevano esacerbare i problemi, dichiararono più volte pubblicamente che i sauditi avevano sempre collaborato con gli Stati Uniti, ed evitarono attentamente di avanzare proposte che potessero essere bocciate.
Trovare un giusto equilibrio è stata un’impresa difficile. In settembre, il ministro della Difesa annunciò l’arriva del tenente generale dell’aviazione Charles Wald al Combined Air Operations Center (Caoc) da poco istituito presso la base di Prince Sultan, dove avrebbe dovuto coordinare la guerra aerea. Ma il consenso del principe ereditario Abdullah, responsabile delle Forze armate saudite, venne ottenuto dal ministro della Difesa americano, Donald Rumsfeld, solo dopo la sua visita a Riyadh ai primi di ottobre.
La collera degli Stati Uniti verso l’Arabia Saudita ha raggiunto così ben presto un apice mai più toccato dopo l’embargo petrolifero del 1973-‘74. Giornalisti, commentatori e deputati denunciano aspramente la scarsa cooperazione di Riyadh, e attribuiscono la nascita di al-Qa’ida alle decisioni dei sauditi (e degli egiziani) di incoraggiare una virulenta retorica antiamericana anziché il dissenso, e di esportare i mestatori per garantire la stabilità interna. Nonostante i rapporti ottimistici presentati dalle autorità governative americane, di quando in quando continuano a venir segnalate nuove difficoltà nell’ottenere la collaborazione dei sauditi contro i terroristi sul fronte finanziario.
Altre preoccupazioni espresse dai commentatori americani riguardano il rigido tradizionalismo della società saudita, soprattutto nei confronti delle donne; i dubbi più volte manifestati dal principe Nayif sul coinvolgimento di suoi connazionali negli attentati dell’11 settembre; e l’ampia pubblicità, assicurata dai media a un recapito telefonico saudita per sostenere le famiglie dei palestinesi rimasti vittime nel corso del conflitto con gli israeliani, comprese quelle degli attentatori suicidi. La richiesta del governo saudita di rimpatriare in massa su un aereo i membri della famiglia di bin Laden residenti negli Stati Uniti ha ricordato inoltre agli americani le origini del loro arcinemico. Recentemente, le famiglie di 600 vittime degli attentati dell’11 settembre hanno avviato azioni legali contro banche, istituti di beneficenza e membri della famiglia reale sauditi, accusandoli di sostenere al-Qa’ida.
La collera degli americani è stata contraccambiata dall’indignazione dei sauditi per l’incondizionato sostegno che, secondo loro, gli Stati Uniti fornirebbero a Israele. E l’intervento militare degli Usa in Afghanistan ha ulteriormente fomentato questi risentimenti, al pari della detenzione di prigionieri arabi, fra i quali come è stato riportato, numerosi sauditi, nel carcere provvisorio della base navale americana di Guantanamo a Cuba. L’ira dei cittadini sauditi si è manifestata con un crollo del turismo negli States, il boicottaggio dei prodotti americani da parte dei consumatori, e il disinvestimento di miliardi di dollari trasferiti negli Stati Uniti. Tutte circostanze che hanno favorito il dilagare dei sentimenti estremistici rinfocolati da bin Laden, il quale comunicava con le popolazioni arabe attraverso una continua diffusione di discorsi registrati su videocassette, trasmessi da al-Jazira, la controversa emittente televisiva satellitare in lingua araba. Contemporaneamente all’attacco aereo americano contro l’Afghanistan, ebbe così inizio una nuova serie di piccoli attentati contro cittadini americani e inglesi espatriati in Arabia Saudita.
In pubblico, le autorità americane hanno continuato a fornire garanzie sulla cooperazione dei sauditi, assicurando al tempo stesso Riyadh che Washington non condivide le opinioni espresse così di frequente dai media statunitensi. E da parte loro gli editorialisti e i funzionari governativi sauditi hanno accettato le loro rassicurazioni. Tendendo a liquidare qualsiasi critica come espressione di ostilità della lobby ebraica. "Il popolo saudita – ha dichiarato il principe ereditario Abdullah a un corrispondente del New York Times – è rimasto indifferente a quanto è stato pubblicato da certi giornali, dietro i quali si sa bene chi c’è". Lo stesso punto di vista è stato espresso, in modo molto più virulento, da capi religiosi, specialmente nei loro discorsi settimanali.
Ma le autorità saudite non si sono limitate ad assumere un atteggiamento fatalista verso l’opinione pubblica degli Stati Uniti. E hanno fatto ricorso a tutti gli strumenti di comunicazione, compresi gli annunci radiofonici e televisivi sui principali media, per invitare i cittadini americani a considerare in modo più obiettivo l’Arabia Saudita. Poco dopo l’anniversario degli attentati dell’11 settembre, il governo di Riyadh ha acquistato un’intera pagina del New York Times a nome del principe ereditario, per esternare al presidente e al popolo americano "le sincere condoglianze e la simpatia da parte mia e di tutti i miei concittadini". E insolitamente, un suo consigliere che ha studiato in America, Adel al-Jubeir, ha partecipato a vari talk- show per esporre il punto di vista dei sauditi al pubblico americano.
Nello stesso tempo, il governo di Washington, costernato dalle reazioni d’entusiasmo delle popolazioni arabe e musulmane per gli attentati dell’11 settembre e per la figura di Osama bin Laden, ha affidato a un ex consulente esperto di comunicazione il compito di promuovere una controffensiva diplomatica. Ma sia le campagne propagandistiche americane, sia quelle saudite non sono mai state così efficaci come quelle dello sceicco.
4. Il problema dell’Iraq ha assunto una preminenza nei rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita all’indomani del discorso di Bush sullo Stato dell’Unione di gennaio in cui il presidente americano aveva parlato di un "asse del Male" che comprendeva, oltre al regime di Saddam Hussein, anche l’Iran. E la sua insistenza successiva sull’urgente necessità di rimpiazzare il tiranno di Baghdad ha reso la questione ancor più difficile da affrontare. I sauditi rifiutano di partecipare a qualsiasi attacco contro l’Iraq, cercando di richiamare l’attenzione del governo americano sul conflitto fra israeliani e palestinesi, che rappresenta una minaccia potenziale per la stabilità del loro regime fintanto che viene visto come dipendente dagli Stati Uniti. E percepiscono i rischi che possono derivare per le risorse chiave del loro paese come per quelle dell’Iraq e del Kuwait. Come ha dichiarato un esponente del governo di Riyadh a un giornalista americano: "In Afghanistan, avete bombardato i campi di oppio, ma nel Medio Oriente bombarderete quelli petroliferi".
Le autorità saudite sono inoltre preoccupate per il gran repulisti previsto in Medio Oriente dai piani di gruppi conservatori americani all’indomani della guerra contro l’Iraq, che prospettano l’instaurazione della democrazia in quest’area e la fine della dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio saudita. Tutte cose che vanno contro gli interessi del loro paese. Istituendo una curiosa analogia con bin Laden, alcuni commentatori americani sono arrivati ad auspicare un rovesciamento dello stesso regime saudita.
Gli Stati Uniti sono stati spinti così a ricercare delle alternative. Le restrizioni imposte alle operazioni dalla base aerea di Prince Sultan sono divenute talmente frustranti per le autorità militari americane da indurre un alto ufficiale a questo sfogo: "Se proprio dobbiamo dirvela tutta, ci penseremo da soli [ad attaccare l’Iraq n.d.r.]". E le notizie sul probabile invito alle forze statunitensi a lasciare l’Arabia Saudita sono state accompagnate da indiscrezioni sulla costruzione di una nuova base di operazioni aeree nel Qatar, che hanno contribuito ad alimentare le tensioni fra Riyadh e questo paese vicino.
In un nuovo piano di guerra, rivelato in seguito dal New York Times, l’Arabia Saudita sembrava esclusa come base potenziale di operazioni militari. E da altre indiscrezioni risultava che, nel corso di un briefing al comitato consultivo del Pentagono, un esperto aveva definito l’Arabia Saudita un nemico degli Stati Uniti. Quasi subito dopo, il ministro degli Esteri Saud al-Faisal è tornato ad escludere l’uso di basi saudite contro l’Iraq.
5. La svolta decisiva nei rapporti tesi fra Stati Uniti e Arabia Saudita si è avuta col discorso di Bush del 12 settembre di quest’anno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui il presidente americano ha riassunto le violazioni, da parte dell’Iraq, delle precedenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e ha invocato ulteriori "risoluzioni indispensabili" a garantire "le giuste domande di pace e sicurezza", pur continuando a minacciare azioni al di fuori del quadro dell’Onu. La mattina del 16 settembre, la Cnn ha trasmesso un’intervista al ministro degli Esteri saudita, il quale ha dichiarato che "una decisione del Consiglio di sicurezza dev’essere rispettata da tutti". La settimana dopo, il ministro della Difesa saudita ha ricevuto il generale Tommy Franks, capo del Comando centrale americano responsabile dell’intera regione che include l’Afghanistan e l’Iraq. Ma durante queste manovre diplomatiche, già era in corso una campagna dell’aviazione alleata contro le difese antiaeree irachene.
La decisione americana di ricorrere alle Nazioni Unite, come quella saudita di accettarne le risoluzioni, è stata l’esito di ampi dibattiti interni accessibili solo in parte ai non addetti ai lavori. Avversata istintivamente dai principali dirigenti politici, questa via è stata suggerita a Bush da altri consiglieri, allo scopo di ottenere un maggior sostegno internazionale senza dover limitare eccessivamente le sue opzioni militari. I principali "consiglieri" sono stati il segretario di Stato Colin Powell e il padre di Bush. La decisione del presidente sembra sia maturata dopo durante una vacanza di un mese in agosto nel suo ranch del Texas, prima di ricevere la visita dell’ambasciatore saudita.
Dopo il discorso di Bush alle Nazioni Unite, gli americani hanno cercato in tutti i modi di sedare il conflitto fra israeliani e palestinesi. Ed è stato grazie alle pressioni di Washington che si è posto fine all’assedio israeliano del quartier generale del presidente Arafat, a Ramallah, a dispetto di una risoluzione del Consiglio di sicurezza che sollecitava un rapido ritiro. Ma pur se questo sforzo non è stato apprezzato più di tanto dagli opinion maker sauditi, è valso comunque a placare l’irritazione del momento.
Per il governo saudita, questo ricorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu è servito a giustificare la cooperazione militare con gli Stati Uniti di fronte all’opinione pubblica del loro paese. E gli ha consentito di avallare, sia pur con difficoltà e riluttanza, una campagna militare americana volta a cambiare il regime iracheno. Se una guerra vittoriosa portasse al ritiro dell’imbarazzante presenza delle forze americane dal territorio saudita, ciò risolverebbe il problema che ha assillato i due paesi in quest’ultimo decennio.
Josh Pollack is a Washington, DC-based defense consultant. All views herein are the author's own, and should not be attributed to others. His recent work includes "Afghanistan's Missing Peace," published in January 2002 in Current Defense Analyses.